Carmen Palmiotta
Il Presidio del Libro di Barletta e l’associazione culturale LettiDipiacere hanno ospitato,
nello spazio-eventi A*Stare, la presentazione del libro Vita senza sbarre di Giannicola
Sinisi, nato dal progetto visionario Senza sbarre di don Riccardo Agresti. L’incontro è
stato condotto dal magistrato Luca Buonvino
Esiste la possibilità che chi ha commesso reati possa essere rieducato e tornare alla
vita civile, sociale, affettiva? E’ questo il grosso interrogativo raccontato nell’agile e
prezioso libro “Una vita senza sbarre” di Giannicola Sinisi, magistrato e uomo politico,
già parlamentare e sottosegretario di Stato al Ministero dell’Interno, e ancor prima Sindaco
di Andria. Un racconto appassionato ma lucido, razionale, nel quale si snodano le vicende
dei detenuti che vivono e lavorano nella Masseria San Vittore grazie al progetto “Senza
sbarre” ideato da don Riccardo Agresti, coraggioso e visionario sacerdote andriese.
Un percorso di riabilitazione e di ritorno alla vita attraverso alcuni punti-cardine
piuttosto impegnativi, che però rappresentano l’unica via per emendarsi e realizzarsi come
esseri umani caduti e rialzati grazie a una mano tesa e alla propria volontà di riscatto. Il
lavoro, innanzitutto; poi la preghiera, veicolo privilegiato di riflessione e introspezione per
incontrare se stessi nel proprio profondo, capire l’origine e la natura della scelta del male.
La giustizia riparativa, modalità umana per avvicinare l’autore del reato alla vittima, o ai
suoi familiari. E infine la propria volontà di volgere questa possibilità per il proprio bene e,
a cascata, per quello di tutti. Chi ci ripensa, chi sbaglia ancora, chi tradisce la fiducia – ed è
successo – è fuori. Decisione dolorosa ma perentoria e necessaria. Lo scopo è dare
un’opportunità a chi non ce l’ha, non a chi non la vuole.
E’ facile tutto questo? “per nulla” risponde don Riccardo “ma è possibile, noi ci stiamo
provando e vediamo i progressi. E’ un mondo nel quale ci vuole innanzitutto un cambio di
mentalità nel non considerare un uomo finito chi ha sbagliato. Un uomo non è i suoi errori.
Soprattutto i cristiani, ma non solo, devono aiutare quell’uomo a scoprire dove si è
inceppato nelle sue scelte. Giannicola Sinisi ci ha creduto fin da subito, mettendoci la
faccia e stando accanto a un prete sprovveduto e tante volte senza mezzi”
Giannicola Sinisi, accanto a noi, sorride, e quando gli chiediamo perché abbia pensato a
questo volontariato sociale, risponde la prima ragione è stata quella di dare una mano a un
amico che si stava cacciando in un’avventura molto complicata, sia per il materiale umano
che si tratta sia per la società che non accoglie. Poi perché sono convinto che il carcere
non è una risposta adatta né sufficiente. Per esempio, il carcere di Foggia ha 660 detenuti
con il 120% di sovraffollamento e solo tre educatori, che risultati si possono avere? Inoltre
la realtà carceraria oggi è molto discutibile, telefoni droga violenza sono all’ordine del
giorno. Il carcere, così com’è, non serve a nessuno, non rieduca, non guarisce.
E ancora se si vuole vivere in una società migliore dal punto di vista della sicurezza,
bisogna neutralizzare la rabbia.
Poi tocca un tasto importante, diremmo cruciale. Chi è stato buttato fuori dalla scuola, dalla
famiglia, o chi proviene da contesti socio familiari degradati, chi è culturalmente deprivato,
chi ha incontrato persone deviate, non solo facilmente delinque ma spesso non realizza
nemmeno la portata del male che ha fatto. Bisogna stare accanto a chi ha dato anche un
segnale piccolo di volere un’opportunità.
Quanto è difficile gestire queste storie, chiediamo. Le persone sono più complicate, hanno
alle spalle vite difficili, hanno maturato attitudini negative come la mancanza di
propensione al lavoro, al rispetto delle regole – comprese quelle del carcere, dove ci sono
anche gerarchie delinquenziali che vanno rotte – al rispetto degli altri. Carenze sulle quali
bisogna lavorare per fermare una ruota che gira al contrario e poi farla girare nel verso
giusto.
Le carceri potrebbero un giorno chiudersi anche grazie a esperienze di questo tipo? Il
concetto di carcere è antico quanto l’uomo e quasi un’informazione genetica. Io ho pensato
di costruire, attraverso il libro, una sorta di road map perché altri possano un giorno
prendere in mano le redini di questo percorso molto lungo, continuare il lavoro, nella
certezza che il carcere – luogo inaccettabile dal punto di vista civile – serve solo per
situazioni estreme per le quali non c’è alternativa, quando è necessario fermare subito il
male.
Bisogna immaginare strutture nuove dove la civiltà, la dignità, rispondono anche alla
domanda di chi vogliamo essere noi, non soltanto di chi devono essere loro.

LA COOPERATIVA A MANO LIBERA
I detenuti del progetto Senza sbarre lavorano nella cooperativa A Mano Libera, che
produce taralli sia salati che dolci, fatti a mano a chilometro zero con materie prime di
eccellente qualità, dall’olio extravergine di oliva al vino e alle mandorle del territorio. In
poco tempo questi prodotti si sono affermati sul mercato e oggi la cooperativa vende 80
quintali di taralli al mese. La lavorazione e le sue fasi sono state illustrate da Teo, uno dei
detenuti ospitati alla Masseria San Vittore con una storia di spaccio di droga alle spalle, che
ha raccontato anche le regole che i detenuti lavoratori devono seguire e il clima di serena
collaborazione che si respira grazie a don Riccardo e alla amorevole ma autorevole e ferma
cura delle persone che gli sono state affidate.

