di Siro Sterpellone
«Così stanno uccidendo il mare.
Così stanno umiliando il mare.
Così stanno piegando il mare».
Sono parole che Lucio Dalla ci ha lasciato e che, ancora oggi, suonano attuali.
E poi c’è la frase, più semplice e più ruvida, di un pescatore:
“Ind o mar truêve assalêut l’acqua salat”.
Nel mare trovi sempre e soltanto acqua salata. Una constatazione amara, che dice molto più di quanto sembri.
Già, il mare. O forse dovremmo dire la madre: quella distesa d’acqua da cui la vita è partita, quella che ci nutre, ci ospita, ci consola, ci incanta. Eppure, spesso, la trattiamo con una sorprendente leggerezza.
Più che “ucciderla”, forse, stiamo facendo qualcosa di ancora più comune e pericoloso: la stiamo dando per scontata. La soffochiamo con l’inquinamento, la impoveriamo con pratiche di pesca poco lungimiranti, la riduciamo a sfondo estivo per il nostro immancabile “tutti al mare”, possibilmente comodo, attrezzato e redditizio.
Così le coste finiscono per essere divise in “utili” e “non utili”. Ma utili per chi? E in base a quale idea di utilità? Per chi prende il sole? Per chi fa la doccia in spiaggia come se fosse nel bagno di casa? Per chi pensa che shampoo e bagnoschiuma, una volta finiti in acqua, spariscano per magia?
Il punto è che il mare non è un fondale scenografico, né una vasca enorme a nostra disposizione. È un ecosistema vivo, delicato, complesso. E quando lo trattiamo come un servizio balneare illimitato, prima o poi il conto arriva.
Per anni abbiamo guardato la costa con una prospettiva molto umana, troppo umana: ciò che produce guadagno immediato è “valorizzato”, il resto è natura da lasciare sullo sfondo, buona al massimo per qualche foto al tramonto o per i soliti “ambientalisti”. Eppure la realtà è meno romantica e più concreta: se si impoverisce la natura, si impoverisce anche la vita umana che da quella natura dipende.
Il polmone verde del mare
Quando si parla di “polmone verde”, si pensa subito alla Foresta Amazzonica. Ma anche il mare ha il suo respiro, e dalle nostre parti ha un nome preciso: Posidonia oceanica.
Non è un’alga, come molti credono, ma una vera pianta marina, con radici, foglie, fusto e perfino frutti. Vive in acque basse, dove arriva la luce del sole, e ha bisogno di un ambiente pulito: acque limpide, poco torbide, non soffocate da scarichi, inquinamento o eccessi di nutrienti.
Se è una specie protetta, un motivo c’è. Anzi, più di uno.
Le praterie di Posidonia sono fondamentali per la salute del mare: ossigenano l’acqua, proteggono i fondali, attenuano l’erosione costiera e offrono rifugio e nursery a moltissime specie marine. Dove c’è Posidonia, il mare è più vivo. Dove la Posidonia scompare, il mare perde equilibrio, ricchezza e capacità di rigenerarsi.
E la cosa ci riguarda da vicino, molto più di quanto immaginiamo. I posidonieti sono presenti anche lungo le nostre coste, nel Mediterraneo e nei tratti che conosciamo bene. Non sono una curiosità da manuale di biologia marina: sono parte del nostro paesaggio sommerso, della nostra economia, perfino del futuro delle nostre spiagge.
Inoltre, la loro estensione lungo la costa crea veri e propri corridoi ecologici, percorsi preziosi anche per specie come i delfini. Quindi, quando ne avvistiamo uno, possiamo certamente emozionarci — e ci mancherebbe — ma possiamo anche farci una domanda semplice: stiamo facendo abbastanza perché quello spettacolo continui a esistere?
Il problema non è il mare pieno di persone. È il mare trattato senza rispetto.
Andare al mare non è il problema. Amarne la bellezza, goderne, viverlo d’estate: tutto questo è naturale. Il problema nasce quando il mare diventa solo consumo, sfruttamento, superficie utile.
Il mare non ha bisogno di essere “messo a reddito” in ogni suo angolo per avere valore. Il suo valore esiste già. Ed è enorme, anche quando non produce incassi immediati.
Per questo sarebbe utile smettere di contrapporre tutela e lavoro, ambiente ed economia, come se fossero nemici naturali. Un mare impoverito non conviene a nessuno: non conviene ai pescatori, non conviene al turismo, non conviene a chi vive sulla costa, non conviene a chi vorrebbe lasciare ai propri figli un paesaggio ancora vivo.
Un po’ di buon senso, prima ancora che grandi discorsi
Servirebbe, prima di tutto, uno sguardo più ampio. I posidoneti non seguono i confini del campanile, e neppure i nostri piccoli interessi locali. La loro salvaguardia richiede una visione più seria, coordinata, continua.
Proteggere il mare significa, per esempio:
- monitorare davvero lo stato dei posidonieti, invece di parlarne solo nei convegni o nelle relazioni di rito;
- coinvolgere i lavoratori del mare, perché chi vive di mare sa benissimo che svuotarlo o rovinarlo è il modo più rapido per perdere tutto;
- regolare meglio pesca, ancoraggi e pressione turistica, soprattutto nelle aree più fragili;
- educare chi frequenta le spiagge a comportamenti semplici ma decisivi: il mare non è una proprietà privata e non è nemmeno un lavandino collettivo.
Non servono soltanto slogan verdi. Serve intelligenza pratica. Serve capire che il mare, se rispettato, restituisce moltissimo; se spremuto, prima o poi presenta il conto.
In fondo, la domanda è semplice
Ci comportiamo spesso come se il mondo fosse stato costruito interamente a nostra disposizione. E forse il vero problema non è nemmeno la cattiveria: è la presunzione. L’idea che tutto esista per essere usato, occupato, monetizzato.
Ma il mare non è un oggetto. Non è un “asset”. Non è un vuoto da riempire con lettini, ombrelloni, concessioni e distrazioni. È una presenza viva, antica, generosa. E, come tutte le cose preziose, non chiede molto: solo un po’ di rispetto, un po’ di misura, un po’ di intelligenza.
In fondo basterebbe questo: ricordarci che se il mare respira, respiriamo meglio anche noi.
Leggi il progetto di Area Marina Protetta da Margherita di Savoia a Bisceglie
