Breve saggio di Giovanni De Iuliis
La storia politica e culturale del Mezzogiorno tra Settecento e Ottocento non può essere compresa senza considerare la straordinaria vitalità dell’Illuminismo napoletano e la sua eredità. Il Settecento napoletano non fu solo una stagione di splendore artistico, ma fu uno dei principali laboratori europei di riforma economica, giuridica e civile. Generò una tradizione intellettuale autonoma, capace di dialogare con l’Europa, ma radicata nelle specificità sociali e istituzionali del Sud. Esso fu caratterizzato da una straordinaria fioritura culturale.
Il Regno di Napoli, sotto Carlo di Borbone e poi Ferdinando IV, divenne un centro di elaborazione teorica e di sperimentazione amministrativa. Tre elementi definiscono l’originalità dell’Illuminismo napoletano:
- la centralità dell’economia civile, che univa morale, politica ed economia;
- la critica al sistema feudale, percepito come ostacolo allo sviluppo;
- la fiducia nella riforma graduale, sostenuta da una monarchia illuminata.
L’Illuminismo napoletano, con la sua peculiare sintesi di riformismo cattolico, economia civile e critica antifeudale, rappresenta il terreno fertile dal quale germogliò il giacobinismo meridionale, culminato nella drammatica Repubblica Partenopea del 1799.
Al centro di questa Primavera della ragione si staglia la figura di Antonio Genovesi (1713-1769), sacerdote e filosofo salernitano, figura cardine dell’economia civile e maestro di un’intera generazione di riformatori. Egli fu il fondatore della tradizione illuministica napoletana autonoma, distinta dal modello enciclopedista francese. Genovesi operò una rivoluzione epistemologica, spostando l’indagine dalla metafisica alla «scienza del vivere civile».
Nominato nel 1754 primo cattedratico di economia politica in Europa presso l’Università di Napoli, Genovesi pubblicò le Lezioni di commercio o di economia civile (1765), un’opera che fonde etica tomistica, utilitarismo anglo-scozzese (Hutcheson, Mandeville) e Provvidenza vichiana. Egli fu il principale teorico dell’economia civile, una disciplina che concepiva l’uomo come «animale sociale» e la società come cooperazione.
Tre aspetti della sua opera risultano decisivi:
- la pedagogia civile, nel senso che la riforma della società passa dall’educazione;
- la visione antropologica positiva, ovvero l’uomo è naturalmente portato alla cooperazione;
- la dimensione etica dell’economia, con la ricchezza che diventa un mezzo per il bene comune.
La sua visione dell’homo civilis enfatizzava la «fede pubblica», o virtù civica condivisa, come motore di prosperità. Essa infatti promuoveva istruzione popolare, limiti alle proprietà ecclesiastiche, impulso ad agricoltura, manifatture e commerci per un «bene comune» antifeudale, senza strappi rivoluzionari. Sotto Carlo di Borbone e il suo ministro Bernardo Tanucci, Genovesi ispirò il «partito riformatore napoletano», un riformismo moderato che mirava a modernizzare il Regno senza abbattere la monarchia assoluta.
La scuola genovesiana, con i suoi allievi (Intieri, Galiani, Palmieri, Filangieri), costituì un’élite intellettuale che diffuse corsi gratuiti di logica, matematica ed economia, raggiungendo artigiani e ceti medi urbani. Questo illuminismo religioso – cattolico e patriottico – anticipò temi del giacobinismo, ma privilegiò l’evoluzione graduale contro l’utopismo astratto.
Dopo la morte del Maestro (1769) la storiografia, in particolare quella crociana e post-unitaria, categorizzò gli eredi di Genovesi in due correnti, unite dall’ antifeudalismo e dall’etica civile, ma divergenti nei metodi, prefigurando le divisioni del 1799.
La Destra Genovesiana (Il Riformismo di Corte), pragmatica, gradualista, ancorata a precedenti giuridici e provinciali, era convinta che il progresso dovesse avvenire dentro le istituzioni monarchiche. Gli intellettuali legati a tale corrente si dedicarono a indagini statistiche e riforme amministrative. Essi credevano in un dispotismo illuminato capace di modernizzare lo Stato senza traumi sociali e valorizzavano l’aspetto pragmatico dell’economia civile, essendo a favore di riforme fiscali, modernizzazione agricola, istruzione, razionalizzazione amministrativa.
La prospettiva politica di tale corrente si sostanziava nella critica al radicalismo francese e nella fedeltà monarchica.
Ferdinando Galiani, Giuseppe Palmieri, Francesco Longano, Giuseppe Maria Galanti e in generale tutti i funzionari vicini a Tanucci erano i personaggi più influenti della Destra Genovesiana.
La Sinistra Genovesiana (Il Radicalismo Costituzionale), speculativa, universalista, influenzata dal diritto naturale francese, teorizzava la necessità di una legislazione universale e di una Costituzione che limitasse il potere regio. Gli intellettuali legati a tale corrente enfatizzavano uguaglianza giuridica, partecipazione politica, critica al feudalesimo, riforma radicale delle istituzioni.
La prospettiva politica di tale corrente si sostanziava in un riformismo sistemico contro clero e baroni, con apertura a cambiamenti strutturali, quasi rivoluzionari.
Gaetano Filangieri, Luigi Serra, Melchiorre Delfico, Francesco Mario Pagano, Domenico Cirillo e in generale i futuri giacobini del 1799 erano i personaggi più influenti della Sinistra Genovesiana.
Il giacobinismo napoletano non fu un semplice trapianto del modello francese, ma fu piuttosto l’esito radicale della Sinistra Genovesiana, la risposta alla crisi della monarchia borbonica e l’espressione di un’élite colta, ma distante dal popolo. Esso emerse negli anni ’90 del Settecento, tra nobili colti, borghesi e giovani democratici influenzati dalla Rivoluzione Francese. Ereditando da Genovesi l’antifeudalismo etico, radicalizzarono l’agenda. Nacquero club come i «Lazzari Patriottici» e la «Società dei Patrioti» che propugnavano repubblica unitaria, abolizione feudale e istruzione laica. L’invasione francese del dicembre 1798, guidata da Championnet, produsse la Repubblica Partenopea (23 gennaio-13 giugno 1799). Di fatto un governo effimero con costituzione ispirata alla francese, ma privo di basi popolari.
La Repubblica Napoletana del 1799 nacque quindi in un contesto di occupazione militare francese, elemento che ne minò la legittimità. Vincenzo Cuoco, nel Saggio storico sulla Rivoluzione napoletana del 1799, denunciò la distanza tra rivoluzionari e popolo. La giudicò una rivoluzione «senza popolo» e, in parte, «contro il popolo». In pratica si trattò di una «rivoluzione passiva», un esperimento imposto dalle baionette francesi e slegato dal sentire comune delle masse. Mentre gli intellettuali sognavano l’uguaglianza universale, il popolo, privo di quell’educazione civile auspicata da Genovesi, restava fedele al Trono e all’Altare.
Questa frattura fu il terreno fertile per la Reazione Sanfedista guidata dal Cardinale Fabrizio Ruffo, che seppe incanalare il malcontento popolare in una crociata contro i «giacobini atei». La reazione sanfedista guidata dal cardinale Ruffo fu un movimento popolare, religioso e anti-francese che rappresentò la rivolta del «popolo reale» contro il progetto delle élite. Inoltre fu riaffermata la tradizione monarchica e religiosa. Infine, tale movimento popolare si declinò come una risposta emotiva e identitaria a un cambiamento percepito come estraneo. In pratica la violenza della reazione fu proporzionale alla fragilità del progetto rivoluzionario.
Trani costituisce un caso emblematico per comprendere la crisi del giacobinismo nel Mezzogiorno, rappresentando una testimonianza paradigmatica e tragica. La perla dell’adriatico, all’epoca centro culturale di rilievo e fulcro giuridico della Puglia come sede della Sacra Regia Udienza, era il riflesso perfetto della società genovesiana, ovvero colta, dinamica e profondamente legata alla legge. Tra l’altro molti notabili locali si erano formati nelle stesse scuole napoletane degli allievi di Genovesi.
Alla vigilia del 1799, a Trani convivevano:
- un’élite sensibile alle idee riformatrici;
- gruppi filofrancesi radicali;
- una popolazione popolare fedele alla monarchia.
Questa frattura riproduceva, in scala locale, la dinamica descritta da Cuoco.
L’ingresso delle truppe francesi del generale Broussier e la strage di circa mille civili rappresentano uno dei momenti più drammatici della storia meridionale.
La violenza non fu solo militare, ma simbolica. Essa segnò la rottura definitiva tra il progetto rivoluzionario e la comunità locale. L’élite repubblicana locale, mossa da ideali di libertà, si trovò schiacciata tra l’intransigenza delle truppe francesi del generale Broussier e la resistenza disperata di un popolo che non comprendeva (o non condivideva) le ragioni dei nuovi dominatori. Il tragico inganno di Gennaro Filisio, che omise di comunicare l’ultimatum francese per spingere alla resistenza, è il simbolo di una guida politica che tradisce il suo popolo invece di elevarlo. Il sacco di Trani e il massacro di circa mille civili non furono solo un evento bellico, ma il punto di rottura definitivo, la fine dell’illusione che la ragione potesse trionfare senza il consenso delle masse. Il primo aprile 1799 divenne il teatro del fallimento della mediazione riformista.
Con la restaurazione borbonica la memoria del 1799 a Trani subì una doppia distorsione. Da un lato, la celebrazione dei martiri giacobini (i venticinque uccisi dai realisti); dall’altro, il silenzio colpevole sul massacro dei mille civili innocenti. Questa asimmetria mnemonica ha prodotto un trauma collettivo che ha condizionato l’identità tranese per secoli, portando la città da capitale giuridica a un graduale declino politico.
L’Illuminismo napoletano, l’eredità genovesiana, il giacobinismo e la reazione sanfedista costituiscono un unico arco interpretativo: la storia di un progetto di modernità che, pur nato da una straordinaria tradizione intellettuale, non riuscì a radicarsi pienamente nella società meridionale.
Il caso di Trani mostra in modo esemplare:
- la forza delle idee illuminate;
- la fragilità delle rivoluzioni senza popolo;
- la persistenza dei traumi collettivi;
- la complessità della memoria storica.
La modernità meridionale nasce da questa tensione irrisolta tra riforma e rivoluzione, tra élite e popolo, tra ragione e identità. Rileggere oggi i fatti di Trani alla luce del pensiero di Genovesi significa riconoscere che nessuna rivoluzione politica può avere successo se non è preceduta da una rivoluzione culturale e morale. Il sacrificio della classe dirigente napoletana nel 1799 e il martirio della popolazione di Trani restano come ammonimento sulla pericolosità della distanza tra élite e popolo.
Recuperare questa memoria, non per alimentare divisioni, ma per ricostruire un’identità consapevole, è l’unico modo per onorare la «Pubblica Felicità» che Genovesi aveva sognato per il Mezzogiorno.
